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Il principe - Cap.20 - L'ospite
09.03.2026 |
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"Ci baciammo sopra Thorne - lingue che si intrecciavano ferocemente, denti che mordevano labbra, gemiti che si mescolavano ai suoi..."
Mira aveva deciso di non rischiare più. Dopo la nascita di Rowan - e dopo averlo perso per sempre - non voleva un altro bambino in quella stanza, in quella vita. Un giorno, quando le guardie portarono il vassoio con il cibo, trovò una piccola fiala di vetro scuro accanto al pane. Dentro c’era lo stesso intruglio amaro che prendevo io da anni: ruta, menta poleggio, erbe amare bollite e filtrate, un veleno gentile che impediva al seme di attecchire. Le guardie non dissero niente. Solo un cenno: "Bevi ogni mattina. Ordine del re."Mira prese la fiala senza esitare. La bevve tutta, il viso contratto dal sapore acre che le bruciava la gola. Da quel giorno fu uguale a me: ogni mattina, la stessa pozione. Il ventre rimase piatto. Non ci furono più mestruazioni regolari, solo crampi leggeri ogni tanto, ma niente gravidanze. Era una scelta pratica, fredda. Non voleva più dare vita in quel posto. Non voleva più perdere.
Thorne la guardava bere ogni mattina, silenzioso. Non protestava. Aveva smesso di protestare su tutto. Beveva da lei e da me quando ne aveva bisogno, scopava Mira con tenerezza quando lei lo voleva, scopava me quando io lo chiamavo per sfogare il corpo. La vita era diventata un ciclo lento: mangiare, dormire, lavarsi, scopare, bere, aspettare.
Poi, un pomeriggio, la porta si aprì.
Non era Roderick da solo. Era lui, il re, con un ospite. L’uomo era alto, spalle larghe, capelli neri legati in una coda, abiti di pelle scura e un mantello bordato di pelliccia. Aveva un sorriso obliquo, occhi che sembravano divertiti da tutto ciò che vedeva.
Roderick entrò per primo, guardò noi tre con indifferenza.
"Divertiti," disse all’ospite. "Sono tuoi per tutto il pomeriggio. Donne o uomo, come preferisci. Io ho una riunione. Torno dopo."
L’ospite annuì, il sorriso che si allargava.
"Grazie, Maestà. Mi divertirò."
Roderick uscì. La porta si chiuse a chiave.
L’ospite si tolse il mantello, lo gettò su una sedia. Guardò Mira e me, nude sul letto, poi Thorne in piedi vicino al camino. I suoi occhi si fermarono su di lui. Non su di noi.
"Tu," disse, indicando Thorne. "Spogliati. Sul letto. A pancia in giù."
Thorne obbedì senza una parola. Si tolse la tunica leggera, i pantaloni, rimase nudo. Si sdraiò sul letto grande, il viso premuto contro le lenzuola, il culo esposto. L’ospite si slacciò i pantaloni, il cazzo già duro, spesso, venoso. Si sputò sulla mano, si lubrificò, poi si posizionò dietro Thorne. Spinse dentro con un colpo lento ma deciso. Thorne gemette, il corpo che si tendeva, ma non resistette. L’ospite iniziò a scoparlo ritmico, profondo, le mani sui fianchi di Thorne per tenerlo fermo.
Mira e io ci guardammo. Il nostro corpo reagì prima della mente. La vista di Thorne che veniva scopato - il modo in cui il suo culo si apriva intorno al cazzo dell’ospite, i gemiti bassi che gli sfuggivano, il modo in cui il suo cazzo si induriva contro le lenzuola - ci eccitò. Senza parole, ci avvicinammo al letto.
Ci sdraiammo ai lati di Thorne, una per parte. Mira si mise a sinistra, io a destra. Ci baciammo appassionatamente sopra di lui: lingue che si intrecciavano, labbra che si mordevano, mani che si accarezzavano i seni. Mira mi strinse un capezzolo, io le infilai due dita nella figa bagnata. Ci masturbammo a vicenda, gemendo nella bocca dell’altra, mentre l’ospite continuava a scopare Thorne con spinte sempre più forti.
Thorne girò la testa, ci guardò. Non disse niente. Solo gemette più forte quando l’ospite accelerò, il cazzo che entrava e usciva dal suo culo con suoni bagnati. Mira e io continuammo a baciarci sopra di lui, le nostre mani che si muovevano rapide: io che sfregavo il clitoride di Mira, lei che mi infilava dita nella figa e nel culo contemporaneamente. Venimmo quasi insieme, i corpi che tremavano, i gemiti soffocati nella bocca dell’altra.
L’ospite venne dentro Thorne con un grugnito, il seme caldo che colava fuori quando si ritrasse. Thorne rimase lì, ansimante, il culo arrossato, il cazzo duro contro le lenzuola. L’ospite si pulì con il mantello, rise piano.
"Bel giocattolo," disse. "Tornerò."
Uscì. La porta si chiuse.
Mira e io ci sdraiammo accanto a Thorne. Lo abbracciammo da entrambi i lati, i corpi nudi premuti contro il suo. Lui non parlò. Solo chiuse gli occhi, accettando il nostro calore.
Il giorno dopo l’ospite tornò.
Non bussò. Le guardie aprirono la porta senza preavviso, lo fecero entrare e chiusero a chiave dietro di lui. Era lo stesso uomo: capelli neri legati, mantello di pelliccia gettato sulle spalle, sorriso obliquo che non arrivava agli occhi. Aveva chiesto espressamente a Roderick di poter tornare - "per finire ciò che ho iniziato" - e il re, distratto dai preparativi post-nozze e dalla gravidanza della regina, aveva acconsentito con un cenno indifferente. "Divertiti. Sono tuoi fino a sera."
L’ospite entrò, si tolse il mantello, lo posò su una sedia. Guardò noi tre: Thorne sdraiato sul pagliericcio, ancora segnato dalla sera prima, il culo arrossato e dolorante; Mira in piedi vicino al camino, nuda, i seni pesanti e i capezzoli duri; io sul letto, le gambe già aperte, la figa lucida di umore solo a vederlo.
Lui non parlò subito. Si avvicinò al letto, slacciò i pantaloni, il cazzo già mezzo duro. Ma invece di puntare su Mira o su di me, si voltò verso Thorne.
"Tu di nuovo," disse. "Sul tavolo. A pancia in giù."
Thorne obbedì. Si alzò piano, si sdraiò sul tavolo basso al centro della stanza, il culo esposto. L’ospite si sputò sulla mano, si lubrificò, entrò dentro di lui con un colpo lento ma deciso. Thorne gemette, le mani che afferravano i bordi del tavolo, il corpo che si tendeva ma non si ritraeva.
Mira e io ci guardammo. La stessa fame ci bruciò negli occhi.
Ero eccitatissima. La figa pulsava, bagnata, vuota, il clitoride gonfio solo a vedere Thorne preso di nuovo, il modo in cui il suo culo si apriva intorno al cazzo grosso dell’ospite, i gemiti bassi che gli sfuggivano. Mira era nelle mie stesse condizioni: i capezzoli duri come sassolini, il respiro corto, una mano che già scivolava tra le cosce per sfregarsi il clitoride.
Non resistemmo.
Ci avvicinammo al tavolo, una per lato. Mira si inginocchiò a sinistra, io a destra. Ci baciammo sopra Thorne - lingue che si intrecciavano ferocemente, denti che mordevano labbra, gemiti che si mescolavano ai suoi. Le nostre mani si mossero rapide: io infilai due dita nella figa di Mira, lei nella mia, sfregando forte il clitoride mentre l’ospite scopava Thorne con spinte sempre più violente.
"Scopami," sussurrai contro la bocca di Mira. "Voglio un cazzo anch’io."
Mira annuì, gli occhi lucidi di desiderio.
"Anch’io... voglio essere riempita... voglio venire..."
L’ospite rise, senza rallentare le spinte nel culo di Thorne.
"Le vostre troie sono impazienti. Venite qui."
Ci tirò verso di sé. Mira si mise a quattro zampe sul tavolo accanto a Thorne, io mi sdraiai supina vicino a lui, le gambe spalancate. L’ospite uscì dal culo di Thorne, il cazzo lucido di saliva e seme, e lo infilò nella figa di Mira con un colpo solo. Lei urlò di piacere, spingendo indietro i fianchi.
"Sì... cazzo, sì... più forte..."
Lui la scopò per qualche spinta, poi uscì e entrò in me, nella figa bagnata e calda. Io inarcai la schiena, gemendo forte.
"Riempimi... ti prego... scopami..."
Passava da una all’altra: culo di Thorne, figa di Mira, figa mia, bocca di Mira, culo mio. Noi due diventammo depravate in pochi minuti. Non c’era più vergogna, solo fame. Mira mi baciava mentre lui mi scopava, le sue dita che mi strizzavano i capezzoli, il latte che schizzava fuori. Io le infilavo tre dita nella figa mentre lui la prendeva da dietro, sfregandole il clitoride con il pollice. Venivamo una sull’altra, i nostri umori che si mescolavano, i gemiti che riempivano la stanza.
Thorne guardava tutto, il cazzo duro contro il tavolo, venendo senza toccarsi solo per lo spettacolo - il seme che schizzava debole sulle lenzuola mentre l’ospite lo scopava di nuovo.
Alla fine l’ospite venne nel culo di Thorne, poi ci ordinò di pulirlo. Mira e io ci inginocchiammo, leccammo il suo cazzo insieme: lingue che si intrecciavano intorno alla cappella, succhiando il seme e il sapore del culo di Thorne. Lui gemette, ci tenne la testa, venendo di nuovo sulle nostre lingue.
Quando finì, si rivestì, rise piano.
"Tornerò domani," disse. "Siete diventate le mie preferite."
Uscì.
Restammo sul pavimento, corpi intrecciati, ansimanti, coperti di tutto. Mira mi baciò sulla bocca, lenta, profonda.
"Grazie," sussurrò. "Per avermi lasciato essere così... depravata."
Io annuii, leccandole il labbro inferiore.
"Anche tu. Non fermarti più."
Thorne si unì a noi, abbracciandoci da dietro. Non parlò. Solo ci strinse.
La depravazione era diventata la nostra normalità. E l’ospite sarebbe tornato. Ogni giorno, se voleva.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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